Un bambino su 5 in Italia è malato mentale, i bimbi del bosco no

La Società italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza dice che in Italia il venti per cento dei minori soffre di disturbi mentali. Un bambino su 5. di un disturbo mentale. Si tratta di circa 2 milioni di minori. Solo al Bambin Gesù le consulenze neuropsichiatriche minorili presso i pronti soccorso sono passate dalle 237 del 2013 alle 1.415 del 2023 con un picco di 1.824 nel 2021. Un aumento del 500%: da 1 consulenza ogni giorno e mezzo di media a circa 4 al giorno. Gli accessi per autolesionismo sono passati dai 25 del 2013 ai 607 del 2023.
Questi sono i bambini i cui genitori obbediscono alle indicazioni statali: pediatra, socializzazione forzata, vita in città alienate.
Dei dieci milioni di minori italia, due milioni soffrono di turbe psichiche.
Cosa fanno in questi casi i servizi sociali e i tribunali per i minori? Portano via i bambini a questi genitori urbani, ligi ai regolament?
No di certo: non sarebbe giusto né etico.
Ma perché portare via i bambini del bosco, che invece turbe mentali non ne hanno neppure una?
A quale titolo lo Stato si arroga il diritto di essere pedagogista?

Commenti in evidenza

Loredana Paba ♥ 5

Di Michele Zuddas.
"Mii sembra opportuno sottolineare come questa non sia solo la storia di un nucleo familiare alternativo, né un semplice caso di conflitto tra libertà privata e tutela dei minori.
È, molto più radicalmente, un episodio che mette a nudo la pretesa dello Stato moderno di essere l’unico ordinamento giuridico legittimo, il solo in grado di definire il bene, la regola, l’interesse. Una pretesa che un giurista come Santi Romano, un secolo fa, avrebbe considerato non solo presuntuosa, ma concettualmente sbagliata.
Secondo Romano, il diritto non coincide con lo Stato: il diritto è plurale, si manifesta ovunque esista un gruppo organizzato, stabile, capace di produrre norme e mantenerle.
La famiglia, per Romano, è uno di questi ordinamenti originari, una micro-comunità dotata di regole proprie, di un’autorità riconosciuta, di una struttura interna.
E la famiglia del bosco – piaccia o non piaccia al pubblico dibattito – aveva creato un suo ordinamento:
un modo alternativo di vivere, educare, organizzare il quotidiano, affrontare la natura, trasmettere valori.
Non era anarchia, non era abbandono, era un altro ordine.
Lo Stato non l’ha visto – o non ha voluto vederlo. Ha interpretato quella vita come mancanza, come disordine, non come diverso ordine. Perché lo Stato moderno non accetta facilmente la concorrenza. Quando il Tribunale interviene, non fa solo un atto di tutela ma compie un atto di sovranità. Decide che l’educazione alternativa è “deprivazione, l’isolamento volontario è “pericolo, la scelta radicale è “incapacità”.
Stabilisce, cioè, che l’ordinamento statale è l’unico in grado di definire l’interesse del minore, mentre l’ordinamento familiare, per quanto coerente e organizzato, viene delegittimato in radice.
È un gesto che la teoria pluralista descrive bene, un ordinamento più forte scioglie o limita un ordinamento più debole per riaffermare la propria supremazia.
E allora il provvedimento non è solo giuridico, è politico, sociologico, culturale. È un atto di assimilazione, non integrazione delle differenze, ma eliminazione dell’alterità.
Se Romano ci mostra la struttura del conflitto, Salvatore Satta ci fa vedere la sua ferita.
Nel Mistero del processo, Satta scrive che il processo è sempre un atto di forza: non ricerca solo la verità, ma divide, separa, spezza.
È difficile non riconoscere questa dinamica nella vicenda del bosco.
La vita aveva unito quei genitori e quei figli in una comunità organica, per quanto eccentrica.
Il diritto statale è intervenuto per separare, prima ancora che per “proteggere”. Né Romano né Satta si stupirebbero, il primo direbbe che lo Stato ha riaffermato la sua sovranità sulla famiglia, il secondo direbbe che il diritto ha fatto ciò che il diritto sa fare, esercitare potere."