Le ferite irreparabili dell'industria

Don Antonio Mura, responsabile della pastorale del lavoro della diocesi del Sulcis Iglesiente, è un sardista e un patriota, ma soprattutto è il più lucido esperto di industrializzazione tradita che io conosco.
Grande esperto di fisica e fine economista, si batte come un leone contro la speculazione energetica e contro la devastazione industriale: due follie in una sola terra.
Analizzo i punti essenziali del suo discorso.
1) in nome della miseria, 50 anni fa venne realizzata in Sardegna la più terribile industrializzazione tesa ad arricchire solo gli industriali del nord e a deprivare il nostro territorio delle sue ricchezze.
2) per realizzare le industrie è stato devastato nostro territorio comprese le sue ricchezze archeologiche.
3) appoggiati da destra e sinistra, gli industriali sono fuggiti lasciando qui inquinamento e la logica perversa della cassa integrazione che ha depauperato il nostro sistema produttivo rendendoci poveri mendicanti.
4) erano tutti d'accordo (questo non lo dice lui ma io): partiti di tutto l'arco costituzionale, politicanti, sindacati.
5) oggi si sta facendo peggio. Per due soldi di elemosina si sta trasformando il territorio in un cimitero di pali eolici dai quali noi sardi tutto abbiamo da perdere e nulla da guadagnare,
In pratica non abbiamo imparato nulla dal passato.
Colonia eravamo e colonia continuiamo ad essere.
Ladri e idioti si sono uniti nel nome di un ecologismo da strapazzo, privo di qualunque progettualità.
Una classe politica miserabile e ignorante ha subornato il popolino più ignorante e miserabile (spesso laureato e che pensa persino d'essere moderno) che abbocca sempre all'amo.
Attendo commenti dei collaborazionisti per rispondere loro come meritano.

Commenti in evidenza

Sardegna Officina Storica ♥ 15

Quando si decise il Piano di Rinascita, non fu una scelta “di destra o di sinistra” nel senso banale di oggi.
Fu un patto trasversale:
la DC, che vedeva nell’industrializzazione uno strumento di costruzione del consenso e della clientela,
e il PCI, che aspirava legittimamente al voto operaio e alla centralità del lavoro industriale come motore di emancipazione.
Due obiettivi politici diversi, un unico errore storico: pensare che un modello deciso altrove potesse produrre sviluppo qui.
E noi sardi – restando in ambito pastorale – come pecore siamo andati dietro al gregge, convinti che quella fosse l’unica strada possibile, che non ci fossero alternative, che senza “la fabbrica” non ci fosse futuro.
Il paradosso è che la Sardegna è andata avanti comunque, ma non grazie a quel modello.
È andata avanti dove era già forte, dove aveva competenze proprie, dove il capitale era endogeno:
turismo
prodotti dell’entroterra
agroalimentare
paesaggio
identità
Casualmente – ma non troppo – proprio nei settori in cui siamo più bravi noi, non quelli che ci sono stati imposti.
E oggi vediamo ripetersi lo stesso schema.
Cambiano i nomi, non la logica.
Allora:
acciaio
chimica
petrolchimica
Oggi:
pale eoliche
grandi impianti
servitù energetiche
Sempre con la stessa domanda rimossa: sviluppo per chi?
energia per chi?
profitti di chi?
Perché se il territorio è nostro,
se l’impatto è nostro,
se il paesaggio sacrificato è nostro,
allora è legittimo chiedersi: a beneficio di chi e di cosa?
Ancora una volta una classe politica mediocre tenta di imporre un modello di sviluppo, invece di partire da ciò che la Sardegna è e sa fare.
Ancora una volta si chiede obbedienza, non partecipazione.
Ancora una volta si spaccia per “modernità” ciò che è solo subalternità.
La vera lezione del Piano di Rinascita è questa:
non che “abbiamo sbagliato industria”,
ma che abbiamo rinunciato a decidere.