I miei Natali diversi
Quando ero bambino al paese mio il Natale era un giorno più o meno normale.
Mangiavamo l'agnello e i ravioli di formaggio.
Ma niente albero e niente presepe: non era tradizione.
I regali arrivavano nelle calze dentro al camineetto ancora tiepido dal giorno precedente ma il 6 gennaio, per "sa paska de sos tre rese", come chiamiamo noi la Befana, il Natale dei tre re (magi).
C'erano dentro caramelle, torrone e frutta secca.
Babbo spesso era lontano e non eravamo allegri quando lui non poteva tornare a casa.
D'altronde eravamo tutti così.
Circa mille pastori erano lontano per svernare col gregge in pianura ed era quindi una festa un po' triste. Troppo freddo nelle case che non conoscevano il riscaldamento ma solo il caminetto. Che riscalda quando sei davanti, ma ti tiene la schiena gelida.
Mettersi sotto le coperte era problematico: le lenzuola erano lastre di ghiaccio e dalle finestre con i vetri sottilissimi entrava, assieme al riverbero della neve, anche il gelo di temperature impossibili.
Poi siamo scesi in Campidano, all'inizio degli anni Settanta, e tutti i pastori hanno iniziato a costruire case nelle aziende di pianura per portarci le famiglie.
Abbiamo iniziato a fare l'albero, e sotto l'albero qualche regalo per Natale. Un fucile, una pistola, un mitra, una spada. Non tutti assieme, ma uno all'anno: o questo o quello.
Ma l'infanzia durava comunque molto poco. I dieci anni erano un'età terribile: per fare ciò che volevi eri troppo grande o troppo piccolo, a seconda delle convenienze.
A 14 anni ho iniziato a lavorare a L'Unione Sarda, e le feste le facevo sempre al lavoro.
A 54 anni ho iniziato a farle sempre in ospedale.
Oggi sono a casa, dolorante ma a casa.
I miei natali sono sempre stati diversi.
Commenti in evidenza
Il suo racconto è così vivido che mi sembra quasi di sentirne il profumo. Mi fa riflettere su quanto i miei Natali siano stati diversi, specchio di un’altra Italia.
Sono nata in provincia di Milano, figlia di migranti. Nelle foto della mia prima infanzia ci sono le luci colorate dell’albero e lo stupore dei giocattoli nuovi; c’era quella piccola disponibilità economica che i miei avevano conquistato lontano dalla propria terra. In uno di questi Natali, venne a mancare mio nonno materno. Non avevamo previsto un viaggio in Sardegna, eppure ci ritrovammo a organizzarlo in fretta e furia, partendo con il cuore pesante verso l’isola proprio nei giorni in cui tutto il resto del mondo festeggiava.
A dieci anni, poi, arrivò la svolta definitiva: i miei decisero di tornare in paese per sempre. Col senno di poi, non fu una scelta felice. Seguirono anni difficili, fatti di sacrifici che pesavano sulle spalle di una ragazzina cresciuta in una realtà più morbida.
Ma tutto passa, scorre come l'acqua. Questo è il mio sessantunesimo Natale. Ne ho vissuti di splendidi e di profondamente malinconici, alcuni segnati dal lutto e dal vuoto. Eppure, ringrazio Dio per ognuno di essi. È la vita, in fondo: una ruota che gira senza sosta, e noi, come criceti, cerchiamo solo di correre senza perdere troppo l’equilibrio.
Buon Natale, Antonangelo. Nonostante tutto, speriamo di goderne ancora molti altri.