Io e Che Guevara
Sono stato sempre affascinato dalla figura di Ernesto Che Guevara.
Un magnifco avventuriero, con qualche macchia ma senza paura.
Bertinotti mi regalà due splendidi swatch con la sua effige e una maglietta col suo volto. Li custodisco come preziosa reliquia.
Eravamo però molto diversi io e il Che.
Lui era figlio di borghesi, io di campesinos.
Io sono stato uno studente lavoratore.
Lui un po' studente ma non ha lavorato mai.
Lui era omofobo, io no.
Lui era machista alla sudamericana., io no.
Lui voleva la dittatura comunista, io sono liberale democratico
Lui dava ordini ai giudici, io voglio che siano un ordine realmente indipendente.
Lui giustiziò migliaia di persone, io non ho mai ucciso neppure una mosca.
Eppure lui è un'icona della sinistra.
C'è qualcosa che non mi quadra
Commenti in evidenza
Leggo spesso giudizi su Che Guevara costruiti come se fosse una figurina da museo, o peggio un santino da bar da smontare pezzo per pezzo, ma forse il punto è un altro. Che Guevara non è mai stato un’icona rassicurante perché non è nato per stare comodo dentro le categorie della nostra morale tranquilla.
Il Che non era certamente un personaggio da salotto liberale, era un uomo immerso in un tempo storico brutale, l’America Latina degli anni ’50 e ’60, dove milioni di contadini vivevano in condizioni che oggi chiameremmo semplicemente coloniali, oligarchie locali, dittature militari, multinazionali straniere che decidevano il destino di interi popoli. In quel mondo lì, non si discuteva nei talk show, si faceva la rivoluzione o si rimaneva schiacciati. Ridurre tutto a una lista morale, chi ha lavorato, chi era machista, chi era omofobo, rischia di essere una lettura molto contemporanea di una storia che contemporanea non era affatto. Guevara era prima di tutto un uomo che ha rinunciato ai privilegi della sua classe sociale per attraversare un continente in moto e scoprire la miseria reale dei campesinos, dei minatori boliviani, degli indios sfruttati. Quella scoperta lo ha trasformato, e qui sta forse il punto che continua a renderlo un simbolo, il fatto che abbia scelto di non restare neutrale. Avrebbe potuto diventare un medico benestante a Buenos Aires, invece ha deciso di rischiare la vita in tre paesi diversi per un’idea secondo cui l’ingiustizia non possa essere una fatalità geografica.
Oggi siamo abituati a una politica che calcola, misura, soppesa il consenso mentre il Che faceva l’opposto e agiva come se le idee dovessero avere conseguenze reali.
È questo che lo rende ancora un’icona perché non ha mai cercato di vivere una vita senza rischi, un uomo che ha creduto così tanto nell’idea di liberare i popoli dall’oppressione da mettere davvero in gioco la propria esistenza.
Quanti di noi oggi sarebbero disposti a rischiare qualcosa di serio per le proprie idee?